La faccenda incombeva già da qualche mese. Non per voler mio, badate bene. Ma di quel comitato di esperti (congiunti e non) che, in ogni fase della crescita di mio figlio (due anni e mezzo), si ostina a prendere la parola senza che gli venga data. La pipì nel vasino era diventato il nuovo mantra dopo “dorme? Mangia? Cammina? Ma lo allatti ancora?”. Loro non vedevano l’ora, mentre io non ne avevo alcuna voglia, soprattutto dopo aver ascoltato miriadi di racconti su pipì in ogni angolo della casa, cacche sul tappeto del salotto, ansie da uscita e via dicendo.

Riduttore o vasino? Io li ho acquistati entrambi. Il primo l’ho scelto con mio figlio, in un giorno di spesa al supermercato. Lo ha visto, era di Topolino, si è incuriosito. Mi sono detta “Magari gli viene voglia…”. Poi lo abbiamo portato a casa, gli ho fatto vedere a cosa serviva e l’incantesimo si è rotto: “Metti tu mamma. Io no”. Fine. A quel punto è scattata la ricerca del vasino: volevo un wc in miniatura. Doveva essere uguale al nostro per aiutarlo a voler fare come mamma e papà. Ecco, quando affermate che on line si trova davvero di tutto, ditelo con convinzione perché io, on line, ho acquistato un mini wc. In plastica, maneggevole, facile da svuotare e ripulire: i soldi più ben spesi della mia vita dopo il VHS di Titanic nel 1997 e l’audiocassetta dell’album Millennium dei Backstreet Boys nel 1999.

Giorno 1. Iniziamo. È domenica e ce ne andiamo al mare. Ho l’ansia, ma nemmeno troppa: saremo in spiaggia, avrà addosso solo il costume. Veri e propri disastri non potrà farne. Ci ho parlato. Gli ho spiegato che è arrivato il momento di fare come Topotto, (protagonista del libro “Posso guardare nel tuo pannolino?” di Guido Van Genechten). Via il pannolino, dentro il vasino. Ma siamo in spiaggia. Non ho portato il vasino. Dall’ombrellone al bagno ci sono molto più di 10 metri. Lui non ha ben capito, o meglio, io sono confusa su come procedere e lui lo è di conseguenza. Per tutta la mattinata mi dice “Mamma pipì” sempre, ma sempre dopo averla già fatta. Poi dopo il sonnellino pomeridiano accade l’inaspettato: “Mamma pipì, bagno”. Inizio una sequela di movimenti alla velocità della luce. Lo prendo in braccio e schizzo via verso la toilette. Serve la chiave (ma tu, mamma in pieno spannolinamento, vuoi informarti sulle modalità di accesso al bagno, perdindirindina!). Corro alla chalet. La chiave non c’è. Probabilmente il bagno è chiuso perché occupato. Torno verso il bagno, sempre con la creatura in braccio, rassegnata all’idea che da un momento all’altro avrei sentito umido e caldo sulla mia mano. E invece no. Lo metto a terra e gli dico “Aspettiamo poco poco. Ce la fai?”. “Mamma io fatta” e giù torrenti impervi proprio lì, davanti alla porta del bagno. Dopo poco ce ne andiamo. Ci aspetta una cena a casa dei nonni (25 minuti di macchina).  Nessuna sorpresa lungo il tragitto, con traverse e altro a rivestire il seggiolino. Ma a casa dei nonni segniamo il territorio: in cortile, in cucina, in salotto. Ho il vasino con me, ma sono diventata un disco rotto: “Devi fare la pipì? Proviamo a fare la pipì?”. Non mi sopporto più nemmeno io. E lui non mi sente. Poi dopo cena il miracolo: “Mamma io cacca”. Va verso il bagno dove ho posizionato il vasino. Gli abbasso pantaloni e mutande. Si siede e… la fa! Applausi, balletti, orgoglio dei nonni e avanti così. Ce la può fare. Ce la possiamo fare.

Giorno 2. Non ce la posso fare. Oggi c’è papà a casa con noi. Gli ho già ripetuto almeno 10 volte che voglio mollare e riprovare più in là. Dopo la cacca a casa dei nonni, sul vasino non vuole più andare. Le mie continue domande sullo stato della sua vescica e del suo intestino lo hanno stancato. Non mi ascolta nemmeno. Ed ecco che a quel punto, quando sta per arrivare l’irreparabile, papà ci corre incontro sul suo cavallo bianco, con indosso armatura e mantello azzurro (continuo a vederlo così dal primo incontro. Un po’ retrò come profilo, ma appagante. Certo poi butta continuamente il latte sul piano cottura e lì la magia finisce, ma sono attimi). Si inventa un gioco che il piccoletto adora: attaccare le figurine seduto sul vasino. È la svolta. Il bagno diventa un’opera d’arte contemporanea, con rivestimento di conigli, elefanti e pupazzi parlanti in ogni dove. Qualsiasi angolo libero, nel raggio di mezzo metro dal vasino, viene addobbato. Un po’ di musica di sottofondo per rendere tutto più gradevole e quella pipì diventa un momento per fare qualcosa che ci piace davvero tanto.

Giorno 12. Tutto procede bene. Abbiamo fatto gite fuori porta, serate con gli amici e gli “incidenti” sono diventati sempre più rari. Il vasino o il riduttore ci accompagnano, ma stiamo diventando bravi anche ad usare il bagno dei grandi. Oggi siamo di rientro dopo qualche giorno in Abruzzo a casa dei nonni. L’A14 ci intrattiene con 4 km di fila (per cominciare, tra l’altro nell’unico tratto a tre corsie). Papà si infila nella corsia centrale, che sembra scorrere un po’ di più. Da dietro, come un tuono a ferragosto quando stai per accendere la griglia, si leva un “Mamma io cacca”. Ecco, questo non era previsto. Accostare è complicato, ma lo scenario che si prospetta potrebbe essere davvero apocalittico. Dobbiamo provare. Papà ancora una volta indossa la sua divisa medievale e ci porta in salvo sulla piazzola di sosta più vicina, mentre io cerco di distrarre il piccoletto, buttando là un “Resisti!” ogni tanto. Scendiamo. Abbiamo il vasino. Lo posizioniamo “al riparo” sulla piazzola. Due minuti e l’emergenza rientra immediatamente. E a chi si scandalizzerà per una cacca fatta dentro un vasino, su una piazzola di sosta, nel mezzo di una coda chilometrica chiedo: “Soluzioni alternative?”.

Giorno 20. Lo so cosa volete sapere. Perché poi su quello si scatenano partiti e teorie. Mio figlio è ancora allattato al seno e di notte si sveglia spesso per attaccarsi. Il pannolino del mattino è bagnato 9 volte su 10, e quindi no, per la notte non abbiamo ancora provveduto a toglierlo. Giusto? Sbagliato? Ce lo diranno i posteri. Noi al momento siamo tranquilli così. Perché, diciamocelo, alla fine è quella la cosa più importante: non forzare le tappe, aiutarsi a vicenda, essere consapevoli che il metodo giusto è “nessun metodo”. Siamo al giorno 20 e non ci lamentiamo. Pensavamo di non potercela fare e invece ce l’abbiamo (quasi) fatta.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: