Io, mamma infermiera

Elena, 30 anni, infermiera all’Ospedale regionale di Torrette, racconta come sia possibile tornare a fare un lavoro da turnista con una bimba piccola : “Non è stato semplice. Quando poi, come nel mio caso, anche il papà è infermiere turnista, tutto si fa ancora più complicato”.

Tornare a lavoro è uno dei momenti più delicati dopo una maternità. E quando si parla di lavoro a turnazione, le difficoltà possono aumentare. “Io e mio marito siamo entrambi infermieri nella stessa struttura. Il rientro in ospedale è stato senza dubbio complicato da gestire. I nonni sono lontani e il nido non copre gli orari dei turnisti. Non ci sono asili che aprono alle 6 del mattino o chiudono alle 10 di sera. E la baby sitter avrebbe avuto una vita lavorativa tutt’altro che regolare. Così abbiamo deciso di provare a cavarcela da soli”. Elena, 30 anni, infermiera all’Ospedale regionale di Torrette, racconta come è riuscita a conciliare le sue esigenze lavorative con quelle della sua famiglia, in particolare della sua bambina. “All’epoca del rientro, Emma aveva nove mesi ed era ancora allattata al seno. I timori erano tanti, ma alla fine siamo riusciti a superare tutto. Esiste una legge che tutela le coppie di genitori turnisti, garantendo, all’interno della stessa azienda ospedaliera, la turnazione opposta. Devo ammettere che quando ho fatto valere questo mio diritto sul posto di lavoro, la questione non è stata accolta molto bene. Ma sono andata avanti per la mia strada. Non avevamo alternative”.

Quali sono stati i momenti di maggior difficoltà quotidiana? “Ce la siamo scambiata spesso al parcheggio dell’ospedale, all’uscita di uno e all’entrata dell’altra. Per fortuna il primo periodo ho potuto godere dell’orario agevolato per l’allattamento, coprendo solo mattine e pomeriggi. Quando sono così piccoli può capitare di doverlo allattare prima di uscire o che si addormenti. E tu devi per forza caricarli in macchina. Fino al compimento dei 3 anni avrei potuto scegliere di non tornare a fare le notti. Ma questo avrebbe comportato molti più turni pomeridiani, che complessivamente creavano maggior disagio alla nostra organizzazione”. E con le notti com’è andata? “La prima volta che l’ho lasciata per la notte ho cercato la rassicurazione delle colleghe, mamme anche loro. Ho pianto pensando che si sarebbe svegliata cercandomi e non mi avrebbe trovata. Ma l’ho superata. E lei con me. Il bambino si adatta molto più in fretta di quanto possiamo immaginare. Le prime volte quando si svegliava e cercava il seno non è stato semplicissimo per mio marito. Mia figlia ha sempre rifiutato ciucci e biberon e non ha mai voluto il mio latte tirato. Poi insieme hanno trovato la chiave giusta. Canzoni, coccole, pazienza, una fetta biscottata e un bicchiere d’acqua per tornare a dormire. Al mattino appena rientrata la attaccavo subito al seno. Così dopo poco Emma si è abituata al fatto che alcune volte, di notte, la mamma non c’era. Ma tornava sempre”. E il latte? “Il rientro a lavoro non ha influito minimamente sulla produzione. Finivo le mie 8 ore, tornavo a casa e non vedevo l’ora di attaccarla perché il seno mi si riempiva e sentivo il bisogno di svuotarlo. Autosvezzata, a 9 mesi mia figlia non faceva ancora pasti chissà quanto abbondanti. Quando ero a lavoro il papà le offriva spuntini che potessero saziare la sua voglia di attaccarsi al seno”. Dunque un ruolo fondamentale quello del papà. “I papà, soprattutto quando allatti al seno un bambino, partono sempre con la convinzione di non essere in grado di sostituirsi al seno materno. In realtà i bambini hanno soltanto bisogno di sentirsi sicuri. Di fronte ad un’assenza, ad un cambiamento di ritmi, quello che conta per loro è il senso di sicurezza che riusciamo ad infondere. Il papà poi è un soggetto che loro conoscono benissimo, quindi questa loro tendenza a sminuirsi è sbagliata, perché sono delle figure fondamentali per i bambini, tanto quanto la mamma”. Al di là del distacco, la turnazione rompe una routine nella vita del bambino che deve ritrovare il suo ritmo. “I bambini sono molto abitudinari, ma ripeto, si adattano. Quando io o mio marito dobbiamo fare la notte, prima di cena dormiamo un paio di ore. E si mangia più tardi. All’inizio ho percepito il disagio di mia figlia, che però è passato in poco tempo, lasciando spazio alla normalità. Tanto che arrivata a due anni e mezzo, un pomeriggio intorno alle 18 il vicino di casa, salutandoci, ci ha augurato la buona notte. Lei si è girata e mi ha detto: “Lavora Carlo questa notte”, convinta che stesse andando a fare il sonnellino prima del turno”. Cosa ti sentiresti di dire ad una mamma che si trova oggi a gestire il momento del rientro a lavoro? “Ho cercato con tanta forza di volontà di vivermi serenamente il momento del distacco. Di uscire di casa col sorriso, salutando e rassicurando Emma, nonostante i suoi pianti. I primi tempi ti porti dentro un magone enorme. Ma la cosa importante è far capire al bambino che la mamma torna.

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