Quegli abbracci che non ti ho dato

Milena, mamma e medico in un Dipartimento di Emergenza marchigiano, racconta la sua quotidianità all’ombra del possibile contagio da Covid19. “Vivo con la mascherina e dormo da sola nella stanza del bimbo. Tenere lontani i nostri cari è un gesto di estremo amore”.

Da un lato la professione: il camice bianco e un’emergenza sanitaria che non si arresta. Dall’altra la famiglia: un compagno, un bimbo di quasi 4 anni e tutto l’amore di una mamma. Milena fa parte dell’equipe medica di uno dei Dipartimenti di Emergenza della nostra regione. Nel suo reparto il Covid19 è entrato senza avvisare: “Ho avuto molti contatti con persone infette purtroppo. Non ho potuto godere della quarantena (non più prevista per il personale sanitario, ndr). Ho fatto un primo tampone ed è risultato negativo. Ma successivamente ho avuto altri contatti, soprattutto con colleghi che poi si sono rivelati essere positivi”.

Via il camice resta il peso della responsabilità verso i propri cari. “A casa siamo io, il mio compagno e mio figlio. Io vivo con la mascherina e dormo da sola nella stanza del bimbo. Quando rientro dal lavoro metto a lavare tutto e mi butto sotto la doccia. Altro purtroppo non posso fare. Non vedo i miei genitori e altri familiari da quasi due settimane”. Come spiegare questa situazione ad un bimbo così piccolo? “Mio figlio sa tutto. Sa che purtroppo la mamma va in ospedale per combattere un nemico, un germe cattivo. E sa che per questo la nostra vita è cambiata. Quando parto per andare a lavoro, mi dà consigli per distruggerlo. Mi manca tanto poterlo abbracciare, dargli tanti baci”.

Un reparto il suo, inserito da ormai una settimana nell’ “area rossa” dedicata alla gestione dei pazienti affetti da Covid19.  Ma il diretto collegamento con il pronto soccorso, lo ha reso destinazione di casi sospetti ancor prima della fase emergenziale, quando i dispositivi di protezione non erano previsti. “A metà febbraio non avevamo nulla – spiega Milena – solo mascherine chirurgiche. È stato così fino ai primi di marzo, quando abbiamo scoperto in reparto i primi casi. Poi ci hanno dato un’unica mascherina ffp3 da utilizzare per una settimana. Niente camici monouso, niente occhiali. Solo con il recente ingresso in “area rossa” abbiamo acquisito le adeguate protezioni. Se domani dovessi risultare positiva non saprei nemmeno dove andare. Dove mi isolo? La Francia ha messo a disposizione dei sanitari infetti degli alberghi. A noi qui non ha pensato nessuno”.

Su tutto resta la più grande delle contraddizioni. “Nei momenti difficili della vita l’abbraccio, la vicinanza della famiglia lenisce il dolore. L’assurdità è che ora li dobbiamo tenere lontani, come gesto estremo d’amore”.

19/03/2020

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