Sonno condiviso: qual è il problema?

Alessandra Bortolotti, psicologa esperta del periodo perinatale e scrittrice, spiega come la scelta di dormire con il proprio bambino sia ancora oggi oggetto di pregiudizi e falsi miti. Nessun imperativo per la coppia: i neogenitori devono decidere con serenità.

Il 90% delle culture del mondo pratica il sonno condiviso. Dunque non c’è niente di strano nel dormire con il proprio bambino” Alessandra Bortolotti, psicologa esperta del periodo perinatale, spiega così l’importanza di un’abitudine, attorno alla quale persistono pregiudizi e falsi miti. “Purtroppo la necessità fisiologica del contatto predicata dagli antropologi e le indicazioni fornite dai medici vanno molto spesso in direzioni opposte. Questo per il semplice fatto che le due scienze non si parlano. C’è inoltre un pullulare di figure, spesso non preparate, che dispensano consigli più o meno esatti. Ciò che possiamo dire con certezza è che, una volta rispettate tutte le linee guida per un sonno sicuro, il co sleeping può aiutarci a risolvere non pochi problemi. I ritmi del sonno di un neonato infatti sono molto diversi da quelli di un adulto: nelle 8 ore di sonno di un adulto ci sono 25 fasi REM, le così dette fasi del sogno per intenderci; nelle 24 ore di un neonato le fasi REM sono 50. La gravidanza predispone già la mamma alla sincronia del sonno con il suo bambino. Diverso è per il papà che invece non compie questo passaggio e dunque resta con i suoi ritmi. Per questo motivo molto spesso al mattino accade quella cosa che tanto ci fa arrabbiare, ovvero che il papà si sveglia riposato, senza essersi nemmeno accorto della notte in bianco trascorsa dalla mamma. Quando il bisogno di contatto viene soddisfatto e il sonno condiviso, i ricettori presenti sulla pelle producono una serie di effetti positivi quali la produzione di endorfine e, appunto, la sincronizzazione del sonno e dei respiri, sia di mamma che di papà. Se queste cose venissero spiegate alla coppia prima della nascita, si eviterebbero tanti equivoci, soprattutto rispetto alle competenze dei bambini. Detto ciò, non esiste una regola valida per tutti. Ci sono mamme che preferiscono tenere il proprio bambino nella culla alzandosi anche venti volte per notte. Mamma serena, papà sereno, bambino sereno”.

Ma quali possono essere le conseguenze del sonno condiviso sulla vita di coppia? “Quando nasce un bambino, sono necessari dei cambiamenti nelle dinamiche familiari. I neogenitori devono, per forza di cose, fare spazio. La mamma lo ha già fatto in gravidanza. Il papà invece no e molto spesso si sente messo in secondo piano. Per questo è importate che anche i papà prendano parte ai corsi di accompagnamento alla nascita. Se in gravidanza si favorisce il dialogo tra i due futuri genitori, si arrivano ad elaborare le emozioni e i cambiamenti della coppia che riguardano inevitabilmente anche l’intimità. Tuttavia, anche dopo l’arrivo di un bambino, è possibile ritagliarsi con fantasia momenti da condividere. Se questo non accade, il bambino non ha colpe. Spesso vengono proiettate sui neonati problematiche che esistevano già prima del loro arrivo. Allo stesso tempo, bisogna avere il coraggio di rispondere serenamente all’esigenza di dire no, non voglio dormire con il mio bambino. Nessun problema. Ci sono senza dubbio altri modi per condividere il sonno”.

Perché tutta questa difficoltà nell’accettare la pratica del sonno condiviso? “Siamo la generazione cresciuta con il non contatto. Ci portiamo dentro una ferita legata alla mentalità di 30, 40 anni fa. Quando se un bambino piangeva si faceva i polmoni. Quando i neonati dovevano imparare l’autonomia a dispetto della fisiologia. Un paradosso. Come se a 2 mesi un bambino fosse già in grado di camminare… Non è una questione di natura, piuttosto di fisiologia. La ricerca di contatto è qualcosa di scientifico. Ed è la stessa in qualsiasi regione del mondo, perché tutti i bambini sono fatti alla stessa maniera”. Allora qual è il problema? “Il problema è che le norme culturali, in particolare parliamo di quelle occidentali, sono diverse dalle norme biologiche. La nostra culturapredilige il distacco forzato, l’indipendenza a tutti i costi, che sono però fonte di frustrazione. Oltretutto è stato dimostrato che il contatto, nelle prime fasi di vita, non interferisce in alcun modo con l’autonomia del bambino che verrà”.

La questione è complessa, soprattutto perché molto spesso, genera conflitti generazionali all’interno delle famiglie e facilità di giudizio nei confronti della neo mamma, che non viene compresa. “Le mamme di oggi vivono un problema culturale e sociale che non va sottovalutato. In primo luogo è rarissimo che le famiglie allargate, laddove ancora persistono, siano d’aiuto e comprendano. Molto spesso i neo genitori, oltre a dover gestire un bambino che fortunatamente non nasce con il libretto delle istruzioni, devono anche fare i conti con i pareri non richiesti dei familiari. Io stessa, che avevo un’esperienza di 12 anni come baby sitter e di 7 anni nel più grande ospedale della Toscana, quando sono diventata mamma mi sono sentita giudicata dalla A alla Z. Questo non mi ha sicuramente aiutata. Allo stesso tempo ci sono moltissime mamme che vivono la condizione opposta e si ritrovano 24 ore su 24 sole con il proprio bambino. I papà sono a lavoro e i nonni sono lontani. Entrambe le situazioni producono il medesimo risultato: un senso di solitudine che le mamme cercano di compensare con Internet. Se la mamma è serena e integrata questa ricerca della condivisione on line non provoca alcun problema, ma se la mamma è fragile e insicura la situazione è un po’ diversa. Per allattare un bambino ci vuole un villaggio, ma se il villaggio è virtuale la mamma è ancora più sola. C’è la fatica del post parto, ci sono gli ormoni e c’è questa creatura che non conosciamo ancora. Le Associazioni sul territorio scarseggiano e i sanitari molto spesso non forniscono informazioni convergenti. Il resto purtroppo lo fanno le pagine Facebook”.

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